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Scrittori e menestrelli

Ogni giorno, appena sveglio, mi chiedo quale sia il motivo che porti una persona a scrivere. È la prima domanda che mi pongo quando apro gli occhi, l’ultima che accompagna il mio sonno dopo ore notturne perse fra parole, caratteri, verbi, aggettivi e frasi; ingerendo e vomitando vocaboli e immagini fino all’alba, senza riuscire mai ad afferrarli pienamente e, infine, schiacciato, arrendendomi a morire mentre il mondo si risveglia, desiderando solo un altro giorno per provarci ancora.

Cosa porta mai a sopportare questa follia? E la si vive per davvero? L’audace lotta per congiungere l’invisibile al visibile. Strappare qualcosa dal cuore, dalla mente, dalle vene e da ciò che chiamiamo anima e trasfigurare quel qualcosa, appena una bozza di consapevolezza, in immagini, in volti, chiazze di ricordi e di voci.

È follia pura voler incarnare la memoria, renderla ancora viva quando è invece materia morta, sepolta, vivida solo in flebili respiri che avvertiamo appena un attimo nel silenzio dei nostri sguardi: i momenti in cui ci perdiamo a fissare la sagoma del riflesso di noi stessi, sbiadita e consumata nella frenesia della vita.

Ogni giorno mi chiedo se io sia capace di scrivere, se ne abbia la forza, la costanza, la vocazione, la pazzia. Ogni giorno mi interrogo su cosa sia uno scrittore: termine oggi – più di ieri – usurpato, denigrato, violentato. E mi chiedo se io lo voglia davvero fare: e cosa fare? Che tipo di scrittore essere, e che tipo di uomo? Qual è il senso di questa lotta per raggiungere quell’immagine che ti picchia nel torace di continuo, ossessivamente: l’urlo di una bestia che non ti fa dormire, se non stordito dall’alcool?

La memoria, il ricordo, l’ossessione di una vita che sai mortale: la tua esistenza fatta di attimi che vuoi inchiodare sulla pagina, come le farfalle di Nabokov.

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Scrivere per vocazione o scrivere per egocentrismo?

Non capisco perché oggigiorno tutto ciò che ruota attorno ai libri, intesi come libri di narrativa o di poesia e non certo quelli scolastici, purtroppo, risulta affascinante. Il controsenso è che, statisticamente, l’Italia è una nazione con pochi lettori. Eppure tutti scalciano per scrivere un libro o per lavorare in ambito editoriale. Tutti hanno una storia da scrivere e vogliono scriverla, pubblicarla, farla leggere. Oggi è più facile trovare una persona che abbia scritto un romanzo, anziché una che abbia semplicemente letto, che so, I miserabili, tanto per menzionare uno dei classici basilari per chi intende fare narrativa.

Proprio quest’ondata di aspiranti scrittori ha dato il via a folate di addetti ai lavori in ambito editoriale: o meglio, spesso presunti addetti ai lavori.

Conosco centinaia di persone che frequentano corsi per diventare scrittori, correttori di bozze o editor, e poi non conoscono la differenza fra una scena e un sommario.

Cattivi maestri? Alcune volte sì, ma non sempre, fortunatamente. Io credo che la chiave sia nel quesito iniziale: perché tante persone sono affascinate dai libri? Cosa vogliono davvero dai libri?

Vorrei poter rispondere nel modo più ovvio, ossia perché leggere è bellissimo, ma ciò va in contrasto con i dati che mostrano una nazione in cui si legge sempre di meno.

Che dunque i libri siano diventati un prodotto di moda? Qualcosa da esibire tipo una bella borsetta, un cappellino? Continua a leggere Scrivere per vocazione o scrivere per egocentrismo?

Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Uno dei temi più trattati nella narrativa, nonché nel cinema e oggi nella serialità, è la dualità. È affascinante pensare a una doppia personalità. Ognuno di noi, che ne sia consapevole o meno, porta dentro di sé una bestia, un lato oscuro: un aspetto della natura umana che affascina e al contempo spaventa.

È però complesso creare un personaggio dalla doppia personalità, si rischia di diventare banali, oppure di eccedere nel dramma e nella brutalità, creando così non più un personaggio duale, ma soltanto una personalità contrastata fino all’inverosimile, oggetto di sbalzi d’umore così repentini da risultare artefatti, persino grotteschi.

In fondo oggi, come per ogni cosa, si tende a credere di sapere tutto e di essere in grado di fare tutto, e senza fatica alcuna. Si mischia ogni cosa in un calderone di conoscenza spicciola, si sminuisce il valore di qualsiasi dottrina, usurpando persino i nomi, utilizzandoli a proprio piacimento e deformandone il senso.

Borderline! Oggi va tanto di moda questo termine, lo si usa senza nemmeno conoscerne il senso; forse perché fa figo, forse proprio a causa di pessimi film e scadenti serie tv che fanno passare ogni eccesso come un disturbo della personalità. Si arrivare persino ad attribuire al disturbo borderline di personalità quelli che sono i tratti del disturbo dissociativo dell’identità.

Questo per dire quanto sia difficile creare un personaggio davvero disturbato, oggi più che mai. Si cade in mille stereotipi. Si creano solo macchiette, personaggi gonfiati fino all’inverosimile. Continua a leggere Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Parole che danzano dipingendo nuovi mondi

Esistono libri che si rimpiange di aver letto, ma non in senso negativo, quanto perché durante la lettura ci si accorge che dopo non si potrà trovare di meglio in un altro testo. Sono libri rari, tesori inestimabili che racchiudono il senso intimo della letteratura.

Forse non a casa gli autori di questi preziosi capolavori hanno scritto ben poco, perché probabilmente a loro volta non avrebbero potuto fare di meglio: superare quel meraviglioso grido che hanno inciso sulla carta e nei secoli.

Purtroppo nel caso di Bruno Schulz la sua opera letteraria fu stroncata da una pallottola sparata da un ufficiale della Gestapo il 19 novembre 1942.

Sono sicuro che molti non conoscono neppure il nome di questo magnifico scrittore, ritenuto oggi uno dei più grandi (se non il più grande) esponente della letteratura polacca.

Nato da una famiglia ebrea della Galizia orientale nel 1982, a Drohobyč, è stato uno scrittore, pittore e critico letterario, ma “grazie” all’olocausto compiuto dalla Germania la maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti, fra cui il suo unico romanzo, all’epoca incompiuto, denominato Il Messia. Continua a leggere Parole che danzano dipingendo nuovi mondi

L’involuzione e l’omologazione dell’arte

Quando Umberto Eco dichiarò che, in sintesi, i social media hanno dato diritto di parola a legioni di deficienti, non mostrò altro che la punta dell’iceberg di una problema molto più profondo, ormai radicato nel tessuto sociale del nostro tempo e nella mentalità umana. Mai come oggi potremmo trovare calzanti analogie fra il nostro tempo e il saggio dello psicologo e filosofo Erich Fromm: Essere o avere; anche se forse, a dirla tutta, il titolo più idoneo alla nostra realtà sarebbe Essere o apparire.

I social e la gestione coatta del web hanno dato modo non solo a tanti, a tutti, di mettere bocca su qualsiasi cosa, ma di avere un palco dove esibire e celebrare se stessi e una propria presunta arte. Questo termine, arte, oggi ha perso valore e significato. La parola arte, nel suo concetto più vasto, definisce ogni tipo di forma creativa ed estetica che, avvalendosi di abilità innate e acquisite, sviluppate grazie ad accorgimenti stilistici e tecnici derivanti dallo studio e dall’esperienza, riesce a suscitare emozioni e messaggi tramite un linguaggio che potremmo definire universale, in quanto frutto di un indubbio codice maturato nei secoli. Dunque l’arte non è solo l’effetto di un fattore puramente emotivo, ma un vero linguaggio che si acquisisce studiando. Ogni innovazione artistica, come ci insegnano in particolare molti maestri della letteratura e della pittura, trova origine nelle basi classiche dell’arte in questione. Continua a leggere L’involuzione e l’omologazione dell’arte

Insegnare a scrivere per insegnare a leggere

I libri buoni, quelli belli, insegnano sempre qualcosa al lettore. Non parlo di un insegnamento morale, quanto umano: un buon libro fa scoprire al lettore qualcosa che riguarda se stesso e il mondo che lo circonda; ma prima ancora, un buon libro inculca nel lettore l’amore per la lettura.

È assurdo pensare che oggi leggere risulti una passione da intellettuali, visto che si impara a leggere sin da bambini, eppure guardandomi attorno vedo sempre persone considerare noi lettori come una sorta di élite, spesso siamo additati come snob, sapientini, persino radical chic. Leggere un semplice testo di narrativa, dei racconti, un romanzo, oggi per molti è al pari di studiare decine di tomi di filosofia, al punto che di frequente mi sembra di essere visto come uno dei ricchi e saccenti intellettuali che nell’ottocento discorrevano nei salotti della Parigi aristocratica.  

E pensare che la lettura di un testo di narrativa dovrebbe essere la semplice base per giungere anche a una minima istruzione.

Credo che sia il metro di giudizio dell’odierna società a essere falsato, l’asticella del sapere è stata abbassata di parecchio, la meritocrazia si è tramutata in una distorta libertà che è solo libertinaggio. Oggi chiunque esponga il proprio pensiero in un programma televisivo è reputato al pari di un critico d’arte. Qualsiasi scrittore di narrativa può erigersi a letterato, definirsi un intellettuale; così come un comico può occupare una carica presso le Nazioni Unite. Continua a leggere Insegnare a scrivere per insegnare a leggere

Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Da sempre il male risulta affascinante. Può sembrare un cliché, ma se guardassimo con onestà i libri che abbiamo letto di certo scopriremmo di aver sempre, inconsciamente, trovato estremamente attraente quello che solitamente è l’antagonista: il cattivo. La letteratura è piena di personaggi cattivi ammalianti, basti pensare al perfido Frollo nel romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, o ancora Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin ne I demoni di Fëdor Dostoevskij, o l’indimenticabile Iago che soverchia in tutto la presenza di Otello nell’omonimo capolavoro di William Shakespeare. Ci sono casi in cui il cosiddetto cattivo, ossia l’antagonista, riveste addirittura i panni del giusto, come l’incorruttibile ispettore Javert nel più grande capolavoro di Victor Hugo, I miserabili, o ancora situazioni in cui ci troviamo di fronte a cattivi eternamente contrastati come la bellissima Estella in Grandi Speranze di Charles Dickens; infine, come dimenticare i cattivi che sono i protagonisti delle storie, tanto per ricordarne uno l’incomprensibile e folle Capitano Achab in Moby Dick, del maestro Herman Melville: tutti personaggi resi affascinanti da un forte contrasto interiore che smuove le loro azioni, come nel palese caso del Capitano Achab, oppure di un vissuto difficile che li ha segnati, come è appunto per la gelida Estella.

La storia ci insegna che i più grandi cattivi di sempre hanno avuto una vita – per quanto difficile e crudele – spesso più avvincente a livello narrativo di quella di un buono, o comunque di un mite; basti guardare le biografie dei più celebri serial killer per capirlo. È dunque naturale affezionarsi a personaggi negativi, tanto più quando sono controversi, pieni di contraddizioni. Il cinema ha fatto tesoro di questa realtà. Dopo di esso, la serialità ne ha abusato così tanto da creare personaggi cattivi sulla scia degli antieroi dei fumetti, come i camorristi dall’aria affascinante e dal passato tormentato. Tutto ciò tralasciando gli infiniti romance in cui troviamo puntualmente il bello e dannato dal torbido passato.

Dunque, che si parli di alta letteratura, che si parli di narrativa di intrattenimento, di cinema o di serialità, il cattivo, che sia antagonista o protagonista, risulta quasi sempre essere più affascinante del buono, del cosiddetto eroe. Continua a leggere Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Credo che da tutti gli articoli qui presenti sia ormai chiaro che, almeno a mio dire, uno scrittore non può scrivere roba decente, forte, di carne e sangue se non partendo da qualcosa di intimo. Certo, come abbiamo già detto, un vero scrittore riesce a trasfigurare le proprie esperienze, a fissarle ed esorcizzarle donandole alla propria storia, persino quando essa è dichiaratamente autobiografica; questa capacità rende una storia pubblica, ossia non più un’esperienza privata, ma intima anche per altri, un’esperienza dello scrittore che diventa specchio per quelle del lettore.

Ovviamente ci sarebbe tanto da discutere sulla capacità dei lettori di farsi davvero toccare da qualcosa di talmente intimo da risultare spesso doloroso, cosa che porta molti scrittori a scrivere piccole cose, farse piene di luoghi comuni atte a soddisfare proprio persone desiderose di entrare in empatia con cose che, a conti fatti, altro non sono che lo specchio delle proprie illusioni e di un’immagine distorta e infantile del sé. Tralasciando però questo tipo di narrativa che non mi interessa e questi lettori che spero possano maturare, tornando al precedente discorso credo che sia l’ossessione verso qualcosa a condurre uno scrittore a creare pagine vive, grondanti sangue; un’ossessione spesso verso qualcosa di intangibile a cui neppure si riesce a dare un nome concreto ma che c’è, perennemente presente nello scrittore.

Rosa Montero lo definiva il Dáimōn. Continua a leggere Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

Ho riflettuto a lungo prima di recensire questo libro, sia perché non è stato facile leggerlo, sia perché sapevo che per farlo avrei dovuto scrivere un articolo molto lungo: due motivi connessi, in quanto a rallentare la lettura è stata la formidabile capacità dell’autore a rendere vivida ed evocativa ogni pagina di questa drammatica e brutale storia, dunque, proprio in virtù di ciò, parlarne senza mostrare pagine e pagine di questo capolavoro non renderebbe piena giustizia al romanzo.

Il libro di cui sto per parlarvi è Regno animale, scritto dallo scrittore francese classe 81 Jean Baptiste Del Amo nel 2016 ed edito in Italia nel 2017 da Neri Pozza.

In un precedente articolo ho già recensito un altro capolavoro di Del Amo: Il sale, edito da NEO edizioni nel 2013. Dunque non voglio soffermarmi a lungo su chi sia Del Amo, potrete leggere più su di lui nell’altro articolo, mi limito a dire che a ragion veduta in Francia, a seguito del suo romanzo Une éducation libertine, fu definito come un novello Flaubert.

Infatti, nella scrittura di Del Amo ogni parola ha la propria importanza; ogni parola si sussegue in un puzzle che rende scenari, personaggi e sentimenti del tutto vivi. Ecco perché non è stato facile finire questo romanzo: più volte mi è mancato il respiro. Continua a leggere Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari

Alle porte di questa strana primavera del 2020, in una nazione bloccata da una pandemia, ci si chiede spesso come le imprese affronteranno la crisi economica che ha investito, in un modo o in un altro, ogni settore. Ovviamente l’editoria non è immune da questa crisi, basti pensare alla chiusura di ogni tipo di evento culturale, fra cui i più famosi Saloni del Libro; l’impossibilità di svolgere fisicamente presentazioni dei libri e dunque di vendere delle copie; la chiusura prima delle librerie, poi degli Store online, non essendo i libri reputati bene di prima necessità. Un simile colpo, inferto a una realtà perennemente in crisi e in continuo mutamento, di certo richiederà una risposta immediata e forte da parte degli editori, e la parola d’ordine sarà solo una: fare soldi. Dunque, almeno confrontandomi con molti scrittori, si dà quasi per scontato che già dal prossimo inverno, salvo contratti già firmati, le grandi case editrici tenderanno a puntare sui cosiddetti cavalli vincenti: scrittori molto affermati, persone famose nell’ambito dello spettacolo o dello sport, o ancora Influencer e chi come loro dispone di un numeroso seguito di persone. Una prospettiva tragica, seppur economicamente comprensibile, in un panorama dove la qualità letteraria è sempre più bassa.

Come appena scritto, in una situazione del genere una tale scelta, ossia puntare solo al guadagno, sarebbe più che comprensibile, visto che le case editrici non sono delle ONLUS; il problema di base è un altro: tralasciando i soliti libri dei VIP o dei calciatori, o l’attuale fenomeno di meteore quali Influencer e Youtuber, viene da chiedersi come sia possibile che a vendere di più siano libri di fragile valore letterario, o almeno così sarebbero stati reputati fino a venti o trent’anni fa. Non stiamo infatti parlando di letteratura d’intrattenimento, come potremmo definire quella di Volo o di Moccia, anzi, ben vengano scrittori come Volo e come Moccia, perché con l’incasso dei loro libri gli editori potrebbero investire in opere d’alto valore letterario; il punto è che parliamo di opere di livello mediocre, talvolta appena passabili o nella migliore delle ipotesi buone, spacciate come perle della letteratura contemporanea, tanto da aggiudicarsi importanti premi letterari. Sono proprio queste le opere d’alto valore su cui investono gli editori: i cavalli da battaglia. Continua a leggere L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari