Archivi tag: Marco Peluso autore

Progetto editoriale: La finestra chiusa

V

Maggio 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di una decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia.

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quando scrivere è davvero una vocazione all’infelicità

Abbiamo già parlato in precedenti articoli di come Georges Simenon sia stato un vero maestro nel tracciare il profilo psicologico dei suoi personaggi, persino di quelli apparentemente meno rilevanti in una storia. È nota a molti la sua minuziosità nel raccogliere informazioni simultaneamente per più progetti, per anni accumulava note, dettagli, intere biografie sui suoi personaggi in delle cartelline e poi, una volta pronto, si metteva all’opera e finiva in due settimane un romanzo, forte di una conoscenza totale delle sue creature.

Un bello scacco per tutti i presuntuosi che si vantano di terminare in un mese un romanzo, e non perché Simenon ci mettesse la metà del tempo, affatto, ma perché per riuscirci aveva alle spalle uno studio scrupoloso durato anni.

Tralasciando questo aspetto e tornando al punto cardine della questione, Simenon è sempre stato un uomo e uno scrittore molto introspettivo, e chi ha letto tanto di lui lo sa di certo. Continua a leggere quando scrivere è davvero una vocazione all’infelicità

Progetto editoriale: Piciul

II

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio Floris a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato soltanto per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi a Nisida per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

giuseppe montesano parla di bruno schulz

Grazie mille alla scuola di scrittura creativa Lalineascritta, fondata più di ventisei anni fa dalla scrittrice Antonella Cilento.

Il terzo incontro della ottava edizione (2019-2020) de “I Magnifici Sette”, la serie di lezioni magistrali sui classici della letteratura che lo scrittore Giuseppe Montesano tiene nell’ambito dei laboratori di scrittura creativa de Lalineascritta. Questa lezione, tenutasi a Napoli il 5/12/2019, ha come protagonista lo scrittore polacco Bruno Schulz. Tutti i dettagli del ciclo qui: http://bit.ly/2olpqhX

antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

In un precedente articolo ho già parlato di Antonio Franchini e del suo meraviglioso libro Quando scriviamo da giovani. Redattore storico della narrativa italiana Mondadori, dal 1991 al 2015 ha portato la casa editrice milanese a innumerevoli successi, fra cui la scoperta di casi letterari quali Giordano e Saviano. Lasciata Mondadori ora si occupa della narrativa italiana e della saggista per Giunti.

Oltre che il più grande redattore italiano contemporaneo, Franchini, come già scritto nel precedente articolo a lui dedicato, è uno scrittore eccelso, a mio dire paragonabile a quei rari casi di scrittori al di fuori dell’ordinario come Giuseppe Montesano o Arnaldo Colasanti: prodigi unici in ambito letterario, almeno qui in Italia.

Un vero peccato che Franchini, come i due illustri nomi a lui accostati, a causa dei suoi numerosi impegni editoriali possa scrivere poca narrativa.

Vincitore del Premio Bergamo nel 1997, del Premio Fiesole Narrativa Under 40 e del Premio Mondello Autore italiano nel 2003, la sua scrittura risulta precisa, alta e raffinata seppur concreta ed evocativa, al punto da rendere appassionante quanto un Classico della letteratura anche un testo che potrebbe essere definito un reportage narrativo come I gladiatori, bellissimo libro pubblicato nel 2005 da Mondadori nella collana P.B.O. Continua a leggere antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

Progetto editoriale: La finestra chiusa

II

Maggio 1996: Ieri

Checco aveva sentenziato che se io non avessi fatto tutta la discesa della Doganella in bicicletta, senza pedalare né frenare, mia madre sarebbe stata per sempre, irrimediabilmente, additata come una bucchina.

Fra me, Checco e Ugo c’era una sorta di patto sancito senza proferire giuramento alcuno, mai pianificato né spiegato, una regola nata da sé con il fortificarsi della nostra amicizia e da noi riassunta in una sola frase: ‘E mamm’ nun se toccano!; veto indissolubile che preservava le nostre madri da essere troie, fesse rotte o appunto bucchine; termini che, invece, usavamo spesso e volentieri per identificare le madri degli altri ragazzi del quartiere. Eppure questa regola ferrea, talmente calcificata in noi da non doverla neanche proclamare, poteva essere infranta in un attimo, quasi non fosse mai esistita, se uno di noi si fosse rifiutato di accettare una sfida che ne attestasse coraggio e virilità: in tal caso sua madre sarebbe stata una bucchina a tempo indeterminato.
Non avevo scelta, decisi di accettare la sfida.

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ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure nel vedere mia madre a malapena l’avevo salutata, né avevo degnato di uno sguardo mio padre, ora così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie nella mia vecchia stanza ero corso subito a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Fermo davanti al lavello continuavo a fissarmi allo specchio, cercavo con ogni forza di vedere qualcosa di diverso da un vecchio che a trentacinque anni aveva i denti anneriti dal fumo. Forse presto li avrei persi tutti, come mio padre, e come lui avrei messo su pancia e i miei capelli sarebbero diventati bianchi.

Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane, di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Chinai lo sguardo e osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Immediatamente cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come facevo ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un residuo di mio padre che non riuscivo a raschiare via.

Per tutta una vita avevo odiato l’immagine di mio padre, mi faceva schifo, con ogni forza avevo provato a scrostarla via dalla memoria. E adesso allo specchio era il volto di mio padre che vedevo.

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un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Cosa sappiamo della letteratura algerina? Come immaginiamo la letteratura algerina?

Se ogni scrittore degno di questo nome, qualsiasi sia il suo genere, scrive sempre a partire da se stesso, dal proprio quotidiano, cosa significa essere uno scrittore algerino oggi?

Una risposta concreta la troviamo nella scrittura della bravissima Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène, scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina nata nel 1936 a Cherchell e morta a Parigi nel 2015, un nome purtroppo sconosciuto a molti qui in Italia, nonostante sia a oggi considerata una delle più capaci scrittrici nordafricane e prima autrice del Maghreb a essere stata accettata all’Académie française. Continua a leggere un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Sándor Márai: l’intimità dei ricordi

Provo sempre una forte tristezza quando vedo bravissimi scrittori dimenticati dalla massa e, peggio, superati in fama da autori commerciali, quelli di cui vediamo i mattoni esposti in bella vista negli autogrill, per capirci. Fra questi non posso fare a meno di pensare al bravissimo Sándor Márai, scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense, nato nel 1900 e morto nel 1989.

Il suo nome a molti non dirà di certo nulla, eppure le sue opere sono state tradotte qui in Italia dalla prestigiosa Adelphi.

Di origini aristocratiche, ha conosciuto la povertà poco prima degli anni trenta. Mal visto dal regime nazista e, dopo la Seconda Guerra mondiale, perseguito anche dai comunisti, nel 1948 fu costretto a lasciare l’Ungheria assieme a sua moglie Ilona Matzner, donna di origini ebraiche.
Non voglio dilungarmi ulteriormente sulla vita di Márai, ho voluto semplicemente accennarvi quanto sia stata strana e travagliata la sua vita solo perché questo aspetto traspare pienamente nei suoi testi.

Autore di circa settanta libri fra romanzi, racconti e poesie, ha raggiunto la piena fama grazie al libro Confessioni di un borghese, pubblicato nel 1934 in Ungheria.

Con ogni probabilità il romanzo che lo ha reso celebre qui in Italia è invece Le braci, edito in Ungheria, senza successo, nel 1942, e poi ripubblicato successivamente nel 1990, otto anni prima che fosse pubblicato qui in Italia da Adelphi. Continua a leggere Sándor Márai: l’intimità dei ricordi

Progetto editoriale: Piciul

Da sei ore Horia aveva lo sguardo chino su una piallatrice a nastro. Non si era seduto un attimo, ma le gambe non gli facevano male: nemmeno le sentiva più. Persino la puzza di vernice, di colla, di segatura e di sudore attorno a lui gli era ormai indifferente. Spingeva una trave di legno dopo l’altra, come ogni giorno. I trucioli gli volavano sul viso, li avrebbe ingoiati se non fosse stato per la mascherina che indossava.

Trave dopo trave pensava solo ai soldi che avrebbe portato a casa da sua madre.

Alle sue spalle cataste di pannelli di legno formavano un labirinto alto fino al soffitto. Il sibilo delle seghe a nastro, il tonfo delle pialle a filo e il frastuono di un’arrugginita radiale trifase detta ‘A Zoccola formavano un unico, pesante e denso suono.

‘A Zoccola aveva tagliato tre dita a un operaio, due anni prima. Horia, all’epoca, aveva quattordici anni, e ancora non lavorava lì.

Quella era solo una delle tante storie che in fabbrica si raccontavano, una ripetizione infinita, senza sosta. Ogni giorno parole e gesti uguali, come le persone attorno a lui, tutti con addosso la stessa tuta blu.

La folla di corpi, l’uniformità delle facce, le parole degli operai sovrastate dal trambusto dei macchinari, il frastuono così ripetitivo da somigliare al silenzio. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul